In ricordo del miglior pugile di ogni tempo (dentro e fuori il ring)

Campione olimpico a Roma nel 1960, Clay conquista il mondiale a ventidue anni battendo in sette riprese Sonny Liston il 25 febbraio del 1964. Dopo aver conquistato la corona annuncia di essersi convertito all`Islam e di aver assunto il nome di Muhammad Ali. Nel 1966 si rifiuta di partire per il Vietnam (mitica la sua dichiarazione che diventa una bandiera degli antimilitaristi e dell’orgoglio nero) e viene condannato a 5 anni di reclusione. Gli viene tolta la licenza di boxare per quattro anni. Sono gli anni dell’impegno nelle battaglie per i diritti civili degli afro-americani, sulla scia di Malcolm X (che nel frattempo era stato assassinato). Alì diventa un’icona oltre lo sport, amata da molti ma anche osteggiata e insultata da molti altri. Quando può tornare alla boxe, perde ai punti l’attesissima sfida con Joe Frazier nel 1971, ma riesce a tornare campione del mondo nel 1974, a Kinshasa, mettendo al tappeto George Foreman, in un incontro passato alla storia e ricordato come uno dei più grandi eventi sportivi di sempre. Lasciata la boxe, vi sono gli anni della malattia ma anche della continuazione del suo impegno sociale, grazie a un immagine pubblica preziosa che gli anni non hanno scalfito.

(tratto dalla presentazione dell’ultima intervista video rilasciata a Gianni Minà)